Qualche tempo fa mi è capitato tra le mani un mio vecchio scritto, risalente a molti, molti anni fa, stilato in  calligrafia minutissima su di un consunto e ingiallito quaderno a quadretti, nel quale descrivevo, con dovizia di particolari, la mia prima scalata in montagna, anno 1965. Ricordo di aver vergato quelle pagine pochi giorni dopo aver compiuto l’impresa, e pertanto questo ne fa un documento unico nel suo genere e particolarmente prezioso (per me naturalmente) per rivivere e assaporare oggi, in maniera autentica, sensazioni e sentimenti provati in quell’epoca assai lontana.

Si tratta di un racconto che risente molto dell’epoca in cui è stato scritto (ero un ragazzo di 19 anni) nel quale abbondano aspetti romantici e sentimentali, che riletti oggi appaiano eccessivamente retorici, ma quelli erano i sentimenti allora prevalenti in me. Insomma, un racconto pieno di spirito eroico e visionario, che scimmiottava una certa letteratura alpina di inizi novecento. La lotta con l’Alpe, la sfida con la vertigine, la vetta agognata, il cuore oltre l’ostacolo, ingredienti indispensabili di una scrittura romantica. In termini psicologici si potrebbe dire che in quelle pagine c’era molto “Puer” (del resto è un diciannovenne che scrive), ma il “Senex” (il mio Senex attuale) che ora le rilegge si guarda bene dal giudicare, anzi ne gode la freschezza e l’ingenuo sentimentalismo, come una fresca bevanda frizzante goduta al caldo sole del tramonto.

Ebbene, dopo aver letto quelle pagine, mi è venuta voglia di scrivere qualche riga di commento a quel racconto, quasi una sorta di continuazione emotiva di quell’evento, una specie di “note aggiuntive ragionate”, per arricchire quanto allora scritto con nuove annotazioni e nuovi ricordi, che in quell’occasione non avevo voluto o potuto raccontare. Perciò, ecco riportati, qui di seguito, questi miei ulteriori pensieri.

Si ama dire: “la prima volta non si scorda mai”. Può trattarsi del primo bacio, della prima sbronza, della prima auto o di chissà cos’altro, ma è vero che niente è come quella prima volta! E così, anche la mia prima scalata non è sfuggita all’epifanica emozione della prima volta. A dire il vero, non ero nuovo alla pratica arrampicatoria, ma la mia attività si era limitata alla sola frequentazione delle pareti rocciose delle cave di Maiano e della Faentina. Ma oltre a ciò non avevo ancora fatto una vera scalata in montagna. Anzi, dirò di più, le montagne, quelle vere, non le avevo neanche mai viste, se non in cartolina. Questo fatto, tuttavia, non mi impediva di far correre la fantasia oltre ogni impedimento, accrescendo in me il desiderio di diventare un alpinista, un vero alpinista. E così avevo cominciato a raccogliere le fotografie delle maggiori vette alpine, le avevo incollate in un quadernetto, e ci avevo scritto sotto il nome della montagna raffigurata. Da bravo studente, stavo diligentemente cominciando con la teoria! Questo desiderio, questa visione di vita era oltretutto alimentata dalla lettura di alcuni classici libri di alpinismo che avevo avuto l’occasione di consultare, quelli di Bonatti, di Oggioni e di Emilio Rey, quest’ultimo incentrato sul Cervino. E così non vedevo l’ora di cimentarmi su qualcosa di reale, che non fossero semplicemente le arrampicate in cava. C’era però un piccolo problema: questo sogno, questa aspirazione si infrangeva contro il muro eretto dai miei genitori, assolutamente contrari a questa attività sportiva,  giudicata, giustamente, pericolosissima. Del resto, mi era proibito anche frequentare le cave stesse, e per andarci, nonostante il divieto,  dovevo arrangiarmi con pietose finzioni, uscendo di casa con gli scarponi nascosti sotto il maglione, per non farmeli vedere.

Ma alla fine arrivò un inatteso colpo di fortuna. Tutto si svolse in maniera inaspettata. Con Giancarlo Campolmi eravamo a Maiano ad allenarci, in un fresco ma radioso pomeriggio d’inverno, quando arrivò di sorpresa un nostro amico alpinista, annunciando la sua disponibilità a portarci in Apuane con la sua macchina (merce rarissima per quei tempi). Ecco arrivata finalmente la grande occasione! Non potevo lasciarmela sfuggire. Dovevo aggirare però il problema del divieto dei miei genitori, ostacolo apparentemente insormontabile, ma ecco venirmi in soccorso l’idea di aggirare l’impedimento utilizzando un subdolo espediente: avrei finto di andare all’Abetone … a sciare! L’inganno funzionò, e così la mattina dopo uscii di casa in perfetta tenuta sciistica, che per quei tempi voleva dire: pantaloni lunghi neri elasticizzati con la piega, scarponi da sci (quelli antichi, di cuoio, a punta quadra, con la fibbia di chiusura che girava attorno al collo del piede, se li possono ricordare solo quelli che hanno più di mezzo secolo di età), racchette e naturalmente un bel paio di sci. Con questa tenuta sportiva percorsi a piedi il lungo tratto di strada che mi separava da Piazza della Libertà, dove avevamo convenuto di trovarci. Naturalmente tutta questa attrezzatura di camuffamento dovette accompagnarci per tutto il viaggio, essere lasciata in macchina, per poi ricomparire la sera, per il “normale” rientro a casa.

Aperta parentesi: nell’antico scritto cui faccio riferimento, a questo punto del racconto c’è un’interessante notazione, che riguarda il mio modo di pormi nei confronti della “gente normale” e del “comune modo di vivere”. A quei tempi avevo sviluppato un comportamento di forte contrasto con quel mondo “normale”, “borghese”, e in alternativa ad esso era cresciuta in me una visione molto critica a favore di uno stile di vita più autentico, o che io ritenevo tale. Questo atteggiamento emerge chiaramente nelle righe di quello scritto quando arrivo a raccontare il momento in cui, giunto in Piazza della Libertà, trovo un folto gruppo di sciatori in attesa dell’arrivo del pullman che li avrebbe portati, probabilmente, all’Abetone. Ebbene, nell’antico scritto racconto di quanto quella visione mi facesse sentire intimamente migliore e diverso da quel gruppo di sciatori, perché pensavo che, sebbene anche loro diretti in montagna, sicuramente avrebbero trovato un luogo profondamente diverso da quello cui aspiravo io, in una situazione di grande marasma, di ingorghi di macchine, di code alle cabinovie, insomma li immaginavo uscire dalla confusione della città per ritrovarsi nella confusione di una montagna addomesticata. Questo sentirmi diverso, alternativo, quasi superiore, spiritualmente elevato, rispetto al comune modo di vivere, oltre che irrispettoso, era in realtà anche ambiguo. Mi spiego meglio: se da una parte il desiderio di praticare uno stile di vita diverso, meno civilizzato e più vicino alla natura, soprattutto attraverso l’attività dell’alpinismo, era autentico e sincero, dall’altra ne provavo forte soggezione, e la mia parte interiore “cittadina”, sottolineo profondamente cittadina, si sentiva estranea e timorosa verso quell’ambiente, e attirata al contrario dalla semplicità e tranquillità delle consuetudini comuni. Bel casino.

Questo aspetto ambivalente è perdurato a lungo in me, causandomi uno strano fenomeno di indecisione amletica. Quando ero in campagna o al mare, sprofondato nelle piacevolezze del quieto vivere, fantasticavo di andare in montagna a realizzare ardimentose imprese, ma quando ero in montagna, spesso angustiato dalla severità dell’ambiente, sognavo la rilassatezza delle spiagge marine. Ricordo perfettamente l’ambivalenza di questi sentimenti e il contrasto interiore che generavano in me, in particolar modo quando, in piena estate, in attesa di partire per la montagna, uscivo di sera in compagnia dei miei amici speleologi, in allegre cene nelle trattorie del centro, che terminavano al Forte Belvedere o a Fiesole, oppure in casa di qualcuno, a cantare e bere con l’accompagnamento della chitarra (quanto era di moda in quegli anni!), con la mente che gustava l’ebbrezza del proprio corpo rilassato, felice e piacevolmente abbandonato

nelle notti tiepide sotto le stelle, e le fantasie sessuali che accompagnavano la vista seducente di certe ragazze. Stavo per partire per la montagna, fremevo dalla voglia di andarci, ma al contempo mi chiedevo se era proprio intelligente abbandonare quelle piacevoli compagnie. Devo dire che trovai presto una certa qual soluzione a questo contrasto interiore, cercando di accontentare ciascuna di queste mie due parti in lotta tra loro. E così adottai l’espediente di far seguire ad una bella vacanza in montagna, un’altrettanto piacevole vacanza al mare. Fu decisamente un bel passo avanti, ma non costituiva ancora la soluzione perfetta, perché nella mia immaginazione fantasticavo un’ipotesi stravagante: l’unione di montagna e mare in una stessa località, tanto da poter pensare di fare, dopo una lunga e faticosa scalata, una precipitosa discesa su di una spiaggia e un caldo tuffo nell’acqua. Ipotesi fantasiosa e impossibile! Ma allora non sapevo che questa fantasticheria era invece possibile. La soluzione perfetta del dualismo interiore la troverò solo molti anni dopo, quando scoprì le meravigliose potenzialità della Sardegna. Lì finalmente potevo coronare il mio sogno impossibile di scalare e poi di stendermi al caldo sole di una spiaggia.

Chiusa questa parentesi, ritorno al racconto di quel giorno.

Era la mattina del 12 dicembre 1965 ed il nostro gruppo, formato da cinque baldi giovani, era così composto: c’era naturalmente Giancarlo, il nostro ardito capocordata, poi veniva Silvano Masolini, il prezioso possessore dell’auto, Sergio Bartolozzi e Mario Gabrieli, infine il sottoscritto. I primi tre erano già dei “veterani”, avendo al loro attivo qualche salita (quante le dita di una mano!), io invece ero un principiante assoluto. E Mario? Lui si vantava di essere già stato in montagna, addirittura sul Dente del Gigante, ma non era vero! In realtà Mario, o Marione come era soprannominato per la sua mole, era un principiante quanto me, anzi con minore esperienza arrampicatoria, come avemmo modo di sperimentare nel corso dell’avventura. La nostra meta era la parete ovest del Monte Procinto, per la via Ceragioli, allora considerata nell’ambiente alpinistico fiorentino una via di tutto rispetto. Tra le vie del Procinto, con l’esclusione di quelle difficilissime e inavvicinabili per noi poveri tapini, era sicuramente la più difficile. Non sapevo nulla di questa via, ma ricordo che ne avevo sentito parlare una sera, nella nostra sede di via del Proconsolo, da Giovanni Bertini che raccontava, con una punta di malcelato orgoglio, di averla percorsa da poco come capocordata. Perbacco, una bella impresa! Fra tutti noi, il solo Giancarlo era sicuramente all’altezza della situazione, noi eravamo a rimorchio, ma alla fine ci comportammo tutti abbastanza bene, coronando l’impresa senza incidenti. Non fummo dei fulmini, perché impiegammo parecchio tempo per uscire dalla parete, ma occorre considerare numerosi fattori giustificativi, quali la nostra inesperienza, e soprattutto il fatto di effettuare l’intera salita legati in un’unica cordata, per giunta disponendo di sole due corde di 40 metri. Nota bene: in cinque con sole due corde di 40 metri! La cosa non deve sorprendere il lettore, e qui mi trovo costretto ad aprire una nuova parentesi, circa ristrettezza del materiale a nostra disposizione. Avevamo solo due corde in cinque, non perché tenevamo le nostre corde gelosamente nascoste nell’armadio, ma perché molto semplicemente non ne possedevamo. Senza giri di parole: eravamo poveri, e la corda era un lusso che a quei tempi in pochi potevano permettersi. Oltretutto, mi sembra di ricordare che una delle due corde non proveniva da un acquisto diretto del possessore, ma era stata ricevuta in dono da parte di un generoso alpinista nostro conoscente, che evidentemente aveva disponibilità finanziarie più ampie. E allora, con quelle due uniche corde a nostra disposizione, fu giocoforza disporsi in cordata nella seguente modalità: Giancarlo in testa, in qualità di unico capocordata, seguito da Marione legato a metà della prima corda, quindi il sottoscritto legato al termine della prima corda e contemporaneamente all’inizio della seconda, poi Silvano a metà della seconda corda, infine Sergio, che fungeva da schiodatore. Non esistendo ancora gli imbrachi (arriveranno solo qualche anno più tardi) era naturale legarsi direttamente in vita, con il nodo detto gassa d’amante, escluso quello che era a metà corda, che si infilava in una semplice asola. Con la disposizione sopra descritta, è facile comprendere come la progressione della cordata non potesse svolgersi che per brevi tratti di neanche 20 metri, aumentando così il numero delle soste necessarie e provocando la lentezza di tutta la progressione.

Mi preme ora descrivere l’avvicinamento alla parete in tutte le sue fasi, cercando di richiamare i ricordi e quindi di descrivere le varie emozioni che passarono nella mia mente e nel mio corpo, sensazioni e impressioni che molto spesso si ripeteranno, in forme sostanzialmente simili, in tante salite che poi effettuerò negli anni a venire.

Prima fase: preparazione del materiale alpinistico. Questo avviene di norma quando, terminato il viaggio in macchina, si giunge al punto di partenza del sentiero di avvicinamento. Quella mattina, nella bella piazzetta di Stazzema, ognuno di noi tirò fuori dagli zaini il proprio materiale, disponendolo accuratamente sull’asfalto, in una sorta di plateale esposizione. Ricordo molto bene questa operazione, perché suscitò in me una intensa emozione. Il rumore argentino di quella ferraglia gettata a terra, raccattata e nuovamente rimessa a terra per la successiva suddivisione, la visione di tutto il materiale necessario per la salita, mi faceva già sentire simile ai grandi alpinisti di cui avevo letto da tempo le mirabili gesta.

Dopo questa prima operazione, di solito fa seguito la scelta e la suddivisione del materiale, cercando un’equa distribuzione dei carichi tra i vari protagonisti della scalata: a te la corda, a lui i chiodi e i moschettoni (quest’ultimi erano di ferro!), e così via.

Poi fa seguito la fase di avvicinamento al monte. In quel lontano mattino di dicembre lasciammo il paesetto di Stazzema con aria baldanzosa, addentrandoci nell’abitato transitando tra stradine strette e pulite, tra gli odori di casa e di legna bruciata. Odori di antico.

Abbandonate le ultime case, iniziammo il percorso nel bosco. Alzando il capo, a tratti si poteva intravedere la sagoma del nostro monte, mentre alla nostra sinistra troneggiava la sagoma della Pania. Mentre salivo il comodo sentiero, mi tornò alla mente un mio precedente tentativo di far visita al Procinto. Era l’agosto di qualche anno prima, e stavo trascorrendo le vacanze al mare con i miei. Mi ero portato la bici, e mi venne l’idea di fare il tentativo cui prima accennavo. Non conoscevo niente della zona, e per capire come arrivare al Procinto mi avvalsi di una cartina delle Apuane che avevo rimediato chissà dove. Da Forte dei Marmi, dove eravamo alloggiati, percorsi la strada che mi separava da Stazzema, e arrivato nel paesino, mi si pose il problema di dove lasciare la bici. Non potendo abbandonarla incustodita nel paese, decisi di portarmela su per il sentiero e di nasconderla poi nel bosco, nel miglior modo possibile. A pensarci bene fu una vera imprudenza, peggio che lasciarla in paese. Così feci e continuai a salire per quel bellissimo sentiero, così ben curato e sistemato con grandi lastroni di pietra, una vera mulattiera. Ero però attanagliato dal terrore. Quale? della Montagna? del sentiero? Macché, ero miserevolmente terrorizzato dall’ipotetica presenza delle vipere! Ogni fruscio, ogni movimento sospetto nella boscaglia mi faceva sobbalzare. Il classico comportamento del cittadino civilizzato, che si trova a contatto con la natura. Alla fine mi fermai. Ero salito per non più di un quarto d’ora, e già ero vinto dalla paura, feci marcia indietro e mi precipitai verso il paese, ripresi la bici e corsi giù lungo la strada, verso il fondovalle e infine nella spiaggia, insomma verso luoghi più confortevoli, più sicuri.

Ma questo era il passato e, contrariamente ad allora, non ero più solo e ora salivo con i miei compagni, senza timore, senza patemi, e il ricordo di quel mio primo misero tentativo mi faceva quasi tenerezza. Durante il percorso incontrammo due splendide abitazioni immerse nel bosco, che mi fecero grande impressione, anche perché in quel momento erano disabitate. Una di queste era la cosiddetta “Casa del Pittore”. Passammo quindi sotto il Piccolo Procinto ed infine giungemmo la foce dei Bimbi, ai piedi della famosa “cintura”  per raggiungere la quale si deve superare un ripido tratto roccioso di una cinquantina di metri, che richiede l’uso delle mani in arrampicata. Ricordo il duro impatto che ebbi con quella roccia gelida e appuntita, con le mani improvvisamente infreddolite, quasi insensibili. Provai un grande senso di disagio che mi fece cambiare umore. Al termine delle rocce giungemmo finalmente sulla cintura, ai piedi della nostra parete e lì ci fermammo per fare uno spuntino e per studiare la parete. Tutti scherzavano e ridevano, erano tranquilli, solo io ero tormentato da lugubri pensieri, che accrebbero ancor più quando Giancarlo si mise a leggere la relazione della via, con l’enunciazione dei gradi di difficoltà, quinto e quinto superiore, che avvertii come molto preoccupanti. Il precedente contatto con la roccia, sgradevole e respingente, mi suonava come un severo monito per quello che sarebbe potuto accadere in seguito: arrampicare in sofferenza, con le mani insensibili, affrontare passaggi di difficoltà superiore alle mie forze, provare la sgradevole sensazione di essere sul punto di mollare la presa… E poi, guardando la parete (ed era la prima volta che guardavo una vera parete di una vera montagna) avevo la sensazione di trovarmi di fronte ad una lavagna impercorribile. Mi sembrava oltremodo liscia, priva di appigli, impossibile. Insomma, per farla breve, mi sarei molto volentieri ritirato dalla compagnia. Non mi ricordo se addirittura proposi ai miei compagni che era mia intenzione rinunciare alla salita, e che loro potevano tranquillamente fare la scalata senza di me, che li avrei aspettati sotto. Nel frattempo mi stavo raffreddando non poco, perché ancora il sole non era arrivato a scaldarci, e l’orientamento della parete, rivolta ad ovest, non ci avrebbe permesso di usufruire dei suoi raggi se non nel primo pomeriggio. Ricordo che guardavo insistentemente verso il fondovalle, dove si stendeva l’abitato di Stazzema, con i suoi tetti color arancione, già baciati dal sole, e mi veniva una gran voglia di scendere fin là, di incontrare gente, di sbracarmi su una seggiola, al bar, a bere un’aranciata. Poi, a peggiorare il mio stato d’animo, iniziarono a suonare le campane della chiesa del paese, quasi un richiamo ad una vita più “normale”. Andate, andate, io vi aspetto qui! Guardavo i miei amici che ridevano divertiti delle mie paure. Giancarlo naturalmente si rifiutò di assecondare il mio tentativo di fuga e mi convinse (costrinse) a non abbandonare l’impresa. E così fui obbligato a seguirli, nella formazione che ho descritto in precedenza. L’inizio fu per me abbastanza pietoso, a causa del freddo che mi era entrato nelle ossa. Ma dopo un po’, con il movimento, cominciai a sentirmi meglio, e infine come per incanto tutti i miei timori sparirono. Con grande sorpresa mi ritrovai a superare i primi difficili passaggi con assoluta tranquillità. Era come se fossi entrato in un’altra dimensione, dove il mio corpo e quello della parete si stavano fondendo in un unico insieme armonioso. Ero affascinato dalla parete, dalla sua struttura verticale, dalle piccole stalattiti di ghiaccio che, scaldate dal sole, si staccavano dalla parte alta della parete e scendevano verso di noi con traiettorie ruotanti, come fragili farfalle di ghiaccio. La mia fantasia galoppava, e nel guardare la parte superiore della parete, che finiva in una forma appuntita, avevo la sensazione di essere sotto la testata del Cervino, così come viene descritta da Emilio Rey in un suo celebre libro. Immerso in questa atmosfera magica, la sensazione stessa del tempo sparì e le ore passarono veloci, senza che me ne rendessi neanche conto.

Era passata da poco l’una, quando finalmente arrivammo poco sotto la parte terminale della parete. Qui Giancarlo, che guidava la compagine, ebbe qualche difficoltà a individuare il corretto tracciato della via. Fece qualche infruttuoso tentativo sulla verticale, poi si accorse dell’errore e capì che occorreva traversare decisamente a sinistra, fino a raggiungere una comoda nicchia, dalla quale era possibile vedere la mitica fessura finale. Arrivammo ai piedi della fessura, radunati su di una stretta cengia, abbastanza tardi, attorno alle 14, ma con animo sereno, in totale tranquillità, confortati oltretutto da un caldo sole, che rendeva tutto l’ambiente allegro e rassicurante. Però mancavano quegli ultimi venti metri, la parte più difficile dell’intera scalata. Spettava a Giancarlo superare quell’ultima difficoltà, poi sarebbe toccato a noi, sicuri del fatto che, una volta salito il primo di cordata, anche noi saremmo usciti fuori senza problemi, perché come ben si sa, con una corda davanti, qualcosa si può sempre inventare. La realtà fu un poco diversa …

Giancarlo cominciò a salire, usando staffe e piantando qualche ulteriore chiodo, incontrando crescenti difficoltà. Fino a quel punto la salita era andata avanti con una cadenza regolare, certamente non veloce, ma senza intoppi, ma qui invece la musica era cambiata: stavamo incontrando la vera difficoltà della via Ceragioli. I minuti passavano e la progressione si faceva sempre più lenta, o almeno così ci sembrava. Ora so, dopo anni di esperienza, che il trascorrere del tempo ha connotazioni profondamente diverse tra quella sperimentata dal primo di cordata e quella degli altri compagni che lo seguono dal basso. Chi sale da primo, specie se impegnato duramente nel tentativo di procedere, spesso lottando tenacemente per guadagnare anche pochi centimetri alla volta, non si accorge del trascorrere del tempo. Può impiegare decine di minuti per superare pochi metri, e avere la sensazione di averci impiegato pochi istanti. Talvolta un unico tiro di corda può impegnare il primo di cordata per una buona mezzora e anche più, senza che lo stesso ne abbia la precisa impressione. Per i compagni che lo seguono dal basso invece, è l’esatto opposto. Anche soltanto dieci minuti appaiano un’eternità. E poi c’è la sensazione fisica del trascorrere lento del tempo, fornita dallo scorrimento millimetrico della corda con la quale il primo viene assicurato. Anch’io, fermo sul terrazzino di sosta da molto tempo, mi stavo un po’ allarmando. Avevo perso l’allegra baldanza che mi aveva accompagnato durante la salita e il mio sguardo non era più rivolto alle cose che mi circondavano, alle pareti circostanti, alla vallata, ai monti vicini. Ero concentrato su quei pochi metri quadrati che avevo davanti agli occhi, imbambolato su quelle poche immagini dalle quali non riuscivo a distaccarmi: la corda che ci legava al primo di cordata, i chiodi argentei ai quali eravamo assicurati, la fessura sopra il nostro capo e … una strana conformazione rocciosa posta sulla parete al mio fianco. Difficile descriverla: era come se un grosso felino avesse dato una zampata sulla roccia e ne avesse modellato la forma, imprimendovi l’impronta della zampa. Era così perfetta che mi divertivo a più riprese a metterci sopra le dita della mano sinistra, per farle combaciare con quella specie d’impronta. Ma queste divagazioni servivano solo per alleggerire la tensione che cominciava a serpeggiare. Mentre la progressione di Giancarlo si manteneva lenta, in basso la truppa, assiepata sotto la fessura, seguiva con apprensione e crescente ansia l’evolversi della situazione, preoccupata della difficoltà di quei passaggi che prima o poi tutti noi avremmo dovuto affrontare, ma con quale fortuna? Inutile dire che Il morale del gruppo si stava facendo, di minuto in minuto, sempre più cupo. Cominciò ad affiorare  lo sgomento, mentre cresceva il timore  per l’ora tarda, con il sole che stava calando verso l’orizzonte. E siccome eravamo a dicembre, non ci sembrava il caso di rimanere incrodati in parete. Qualcuno del gruppo arrivò addirittura a proporre una ritirata in doppie! Ma la sola idea di calare in quel vuoto sottostante mi faceva orrore. A quei tempi le calate in doppia erano alquanto pericolose e incerte, in quanto venivano fatte con la tecnica detta alla Piaz, per semplice attrito sulla coscia e sulla spalla e non prevedevano alcuna forma di autoassicurazione.

Dopo lungo tempo, finalmente, un grido proveniente dall’alto ci annunciava l’uscita di Giancarlo dalle difficoltà. Presto si sarebbe assicurato alla sosta e ci avrebbe fatto salire. Stupendo! Un’improvvisa trepidazione attraversò il gruppo, sollevandone il morale. Euforia, gioia, esclamazioni, a mare i pensieri cupi, ora toccava a noi! Marione, che era il secondo di cordata, cominciò a prepararsi, pronto a muoversi non appena gli fosse giunto, dall’alto, il permesso di salire. Ma stranamente, da lassù, non arrivava alcun segnale. Cominciammo a chiamare Gianca, che nel frattempo era scomparso dalla nostra vista, dapprima blandamente, poi in maniera sempre più concitata. Ma ai nostri orecchi non giungeva alcuna risposta. Il gruppo venne nuovamente attraversato da quell’agitazione prima momentaneamente superata. I minuti passavano senza che la corda venisse recuperata. Poi, a poco a poco, la corda cominciò a scorrere, ma sempre lentamente, molto lentamente. Cosa stava succedendo? Mistero. Noi continuavamo a chiamare, ma nessuno ci rispondeva. Gridavamo: Recupera! Ma la corda stentava a tendersi. Alla fine Mario, pensando fosse arrivato il momento di procedere e fidando che Gianca gli stesse facendo sicurezza, cominciò a salire, urlando a perdifiato di recuperare. Fatti alcuni metri in verticale, Mario salì su di una staffa, poi su di una seconda che gli avrebbe consentito di raggiungere l’interno della fessura, con una traversata a destra. Ma ogni tentativo in tal senso risultava infruttuoso. Ad un certo momento Mario cominciò a stancarsi e a dire che non ce la faceva più. Noi dal basso lo incitavamo, ma era evidente che era allo stremo delle forze, e lo si vedeva benissimo per quel tipico segnale muscolare che avviene nei momenti di crisi: un polpaccio cominciò a tremargli con frequenza sempre più rapida, chiara indicazione di esaurimento delle forze. D’un tratto vedemmo Mario mollare ogni presa e volare giù. La corda, invece di arrestarne la caduta, lo trattenne solo parzialmente, mollandolo verso il basso con fortunosa lentezza. Però attenzione: la linea di caduta del malcapitato aveva come bersaglio la mia testa. Di puro istinto, con uno scatto, riuscii a scansarmi in tempo, evitando di venire schiacciato dalla possente mole di Mario, non a caso soprannominato Marione. Attimi di terrore! Quando Mario sbarcò sulla sosta di partenza, potemmo constatare che non si era fatto assolutamente niente, solo un grande spavento. Passata l’agitazione generale e constatato che nessuno si era fatto male, restava comunque il problema di come far salire su tutti quanti.

Mi incaricai io di attrezzare la via in maniera adeguata per facilitare la salita di chi avrebbe seguito. Restava però il mistero di quanto fosse successo. Perché Giancarlo aveva tardato così tanto a recuperare la corda? E soprattutto perché non aveva trattenuto la caduta di Mario? Venimmo poi a sapere che Giancarlo aveva avuto difficoltà ad attrezzare la sosta, andando oltretutto a farla lontano dall’uscita della fessura, attaccandosi ad uno dei tanti alberelli presenti nel boschetto sovrastante, e quindi rendendo impossibile ogni nostra comunicazione. Quando Mario si era deciso a salire, Gianca stava ancora approntando una sosta più che sicura, e nel momento nel quale Mario era volato, Gianca stava tenendo la corda in bocca, avendo entrambe le mani occupate nelle manovre! La caduta di Mario per fortuna fu ammortizzata dai fortissimi e fu appena avvertita da Gianca per uno strano spostamento della testa causato dalla trazione della corda trattenuta tra i denti! Ma una Dea omerica, o un Dio olimpico, stava proteggendo gli ardimentosi guerrieri fiorentini nella pugna con la tenace Montagna. Ed ecco che il sottoscritto, aiutato dalla sagace Minerva, iniziò a risalire la difficile fessura, imbrigliando il feroce drago che vi era nascosto dentro, con un numero impressionante di staffe, tutte quelle che il gruppo aveva a disposizione. E la bestia nulla poté contro il volere degli Dei propizi, che avevano delicatamente sospinto verso l’alto il sottoscritto con la spinta del loro soffio. Ben presto arrivai alla sosta, dove trovai un Giancarlo tranquillissimo, ma alquanto sorpreso nel vedermi arrivare al posto di Marione. Gli spiegai la situazione che avevamo vissuto noi, poveri meschini, laggiù in basso, distanti pochi metri in linea d’aria, ma lontani chilometri in termini di condizioni emotive. E così il destino volle che, nell’ultimo tiro di corda, fossi proprio io e nessun altro a raggiungere Giancarlo, ricreando così quella che noi due chiamavamo la “cordata di ferro”, cioè io e Gianca insieme, pronti e preparati a portare su anche tutti gli altri, come tante altre volte avevamo fatto nelle nostre cave di Maiano. E così fu.

La salita della parete era terminata, e tutti insieme percorremmo l’erto bosco che separava l’uscita della via con la vetta al Procinto. Felicissimi ci stringemmo sulla cima, emozionati per il successo ottenuto, sorpresi alla vista dell’incredibile panorama che ci circondava, con la vista del lontano mare scintillante di luce, e le montagne intorno a noi che si erano fatte di colore rosa per il sole che stava tramontando.

Poi rapidi ci gettammo verso il percorso di discesa, lungo la famosa “ferrata” del Procinto. Ferrata per modo di dire, perché a quel tempo di “ferrato” non c’erano altro che gli antichi pioli di ferro infissi nella roccia, essendo il percorso del tutto privo di catene o di corde metalliche. Insomma, una discesa che richiedeva una carta attenzione. Ma non ho il minimo ricordo spiacevole o d’apprensione di quei momenti, evidentemente avevamo già dato tutto in termini di emotività, e quella discesa non ci procurò alcuna ansia. Arrivati sulla cintura, proseguimmo veloci sulle roccette sottostanti che ci portarono sotto il Piccolo Procinto ed infine alla Casa del Pittore, incalzati dalle tenebre che si avvicinavano sempre di più. Arrivati lì, ci stendemmo sul meraviglioso prato antistante l’abitazione, dove abbandonammo ogni tensione, felici dell’avventura appena trascorsa, e delle emozioni condivise. Il sole era già tramontato e l’aria si stava facendo sempre più fredda e pungente. E qui… colpo di scena. Marione fruga nel suo zaino annunciandoci una bella sorpresa: fra la meraviglia di tutti estrae una piccola bottiglietta, gelosamente custodita fino ad allora nello zaino, contenente un elisir degno di un pranzo di gala: grappa! Marione fece girare la bottiglietta fra tutti noi, che così brindammo per la salita fatta. Fu come un improvviso fuoco d’artificio, una lama rovente nello stomaco, ma anche un immediato lampo di improvvisa estasi. Dopo di che scendemmo tutti molto più leggeri.

Indimenticabile!

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